domenica 28 maggio 2017

Il Garage Indiano_12 Piove


Ieri sera, dopo il negozio di dolciumi, Schubham è passato a prendermi in macchina e siamo andati a cena.
C’erano lui e sua moglie e un’altra ragazza in macchina. Abbiamo preso una cosa da bere in uno di quei posti indiani che:
non servono alcol,
hanno un menu ridottissimo,
non sono belli,
sono in un punto introvabile della città per chiunque, anche per gli indiani,
hanno quell’aria condizionata fastidiosa che quando esci l’unica cosa che provi è il mal di gola.

A cena invece siamo stati a On The Rocks. Conosco bene quel posto, ci porto sempre gli studenti quando veniamo dall’Italia tutti insieme, si mangia un pollo tandoori veramente molto buono. Di solito però lo ordiniamo poco piccante, ecco, ieri sera, chiaramente, stando con altri indiani, e condividendolo con loro, non potevo sfigurare chiedendo di farlo poco piccante. Oggi mal di pancia fotonico. Ma torniamo a ieri sera: siamo a metà della cena, che hanno servito l’aperitivo e stanno già portando i piatti, la discussione procede tranquilla, e grazie alla birra riesco anche a parlare un inglese dignitoso, quando inizia a piovere.
Una piccola parentesi sul mio inglese: non è soltanto una mia sensazione, sarà capitato anche a voi che con una birra in corpo qualcosa si innesca nel vostro subconscio, qualcosa che disinibisce la paura che abbiamo nella composizione logica delle frasi in un’altra lingua. Ecco, per me la birra quella sera ha fatto proprio questo: il mio inglese era perfetto. Potrei dire shakespeariano, ma forse shakespeariano pareva solo a me. Comunque riuscivo ad esprimermi e a farmi capire molto fluentemente.
Fatto sta che inizia a piovere, come dice Forrest Gump, quella pioggia fitta fitta che ti inzuppa, se ricordo bene la citazione (una persona normale sarebbe andata a cercare la citazione su Internet, i punti sono due: (<anche questi) uno, non sono una persona normale, non so se ve ne siete resi conto dopo aver letto 12 capitoli di questa cosa; due la connessione Internet in India è esattamente descritta nella frase di un mio amico di infanzia al nostro "primo approccio" ad Internet di sempre: eravamo a casa mia, bambini, con i capelli a caschetto e le magliettine con le tartarughe ninja e la sua frase fu, essendo lui in quel periodo il saputello della comitiva: ragazzi, vi avviso, Internet è una cosa molto, molto lenta.)
Fatto sta che inizia a piovere, è già la seconda volta che lo dico e mi perdo nei meandri dei discorsi randomici. Per farla breve ci spostiamo dentro e il primo commento della seconda ragazza è: però non c’è l’aria condizionata accesa, potevano accendere la prima. Non so bene perché mi sia rimasta in mente questa cosa, ma io preferisco il caldo: non riescono a capire che quando entri in un posto, se la temperatura è tanto diversa rispetto a quella che trovi fuori, quando esci o hai troppo freddo oppure hai troppo caldo? Un altro esempio può essere la macchina: loro, con il caldo che fa notoriamente sempre (sempre e comunque) in India, hanno continuamente l’aria condizionata accesa e sparata a 1000, come si suol dire. Perché? Starai meglio per i primi cinque minuti in cui entri in macchina, ma poi quando esci stai male per tutto il resto del tempo! Non ti converrebbe forse, in decine di anni di storia indiana in cui avete l’aria condizionata, non vi siete resi conto che forse stareste meglio a non accenderla proprio? Poi su questo discorso ci sono anche gli estremisti: (l’ho fatto anch’io, lo ammetto anche oggi) la doccia calda. Però la trovo una cosa molto zen: devi fare la doccia calda e devi stare sotto finché non arrivi al punto di equilibrio, quando non ti dà più fastidio il calore dell’acqua. Se stai sotto la doccia calda soltanto per il tempo del lavaggio e senti ancora il caldo dell’acqua quando esci forse è perfino peggio di farla fredda.
Inizia a piovere, e siamo a tre: usciamo da quel cazzo di ristorante e saliamo in macchina con la ragazza. Vediamo se riesco ad arrivare alla fine di quello che volevo dire: la ragazza non può accompagnarci fino al forte, accostiamo un risciò e gli urliamo di fermarsi da una parte. La pioggia è diventata “quella grossa che ti ammacca”(di questa citazione di Forrest Gump sono sicuro perché quando ero bambino me la immaginavo ammaccare gli elmetti dei soldati in Vietnam). Per farla breve saliamo sul risciò quando ci sono già 30 cm d’acqua su tutto il manto stradale. I motorini che sembrano barche, i pedoni Gesù Cristo. Cosa fare? Impaurirsi? Essere terrorizzati da tutto ciò? Aver paura di non sopravvivere, e di non sapere come arrivare a casa?
Ci siamo messi a ridere per tutto il resto del viaggio. Non una risata scomposta, come sarebbe facile pensare. Una risata felice, serena, tranquilla. Una risata di quelle che sai che tanto andrà tutto bene. Ricordo la prima volta che sono venuto in India, dal 22 luglio 2012 fino all’11 settembre 2012, sostanzialmente mi sono fatto tutto il periodo monsonico indiano. E, sarà stato perché quella è stata la prima volta che sono venuto qua, sarà stato perché ero disposto, ventiquattrenne, a qualsiasi cosa mi fosse capitata davanti. Ma quell’India, quella monsonica, a me è rimasta nel cuore. E sono stupefatto dell’affinità che anche in questo io abbia con gli indiani: sarà un’affinità creata, perché vengo qua da tanto tempo, e non elettiva. O forse elettiva, perché doveva e poteva essere solo soltanto in questa maniera. Non importa, gli indiani, quando piove, sono felici. Ricorderò per sempre quando io e Irene, qualche giorno prima dell’11 settembre 2012 (data del rientro, vedi sopra), siamo stati insieme a vedere il Taj Mahal. Bellissimo, poi visto con lei è valso miliardi di volte in più. Ultimo Mahal del complesso da vedere, entriamo, e all'uscita il diluvio universale. Una folla di gente sulla porta che non si muove, ma che sorride guardando fuori. Nessuno è realmente preoccupato. Alcuni, delle coppie perlopiù, o dei bambini, escono nella pioggia per goderne. Per arrivare oltre la discesa che porta al parcheggio. La discesa è tra due muri pieni, unica uscita da tutto il complesso del Taj Mahal. Io e lei ci guardiamo, sorridiamo, probabilmente lei mi avrà detto “Si va?” e in un istante ci siamo ritrovati zuppi, correndo, con l’acqua fino ai polpacci, per la discesa che sembrava un fiume, ma contenti.
Entrati in macchina ci hanno chiesto gli autisti “avete goduto della pioggia?”.