mercoledì 24 maggio 2017

Il Garage Indiano_10 Gioia


Il decimo giorno. Importante.
Il decimo giorno di questa avventura indiana. Di questa cosa che già conosco, ma che non riesco mai ad imparare. Ci sono sensazioni che non sono spiegabili. Va bene gli odori, va bene i sapori, quel piccante che ti brucia in gola e continua a bruciarti dello stomaco e poi quando lo vedi all’uscita… E vi assicuro che non è facile quando esce. Poi ci sono quelli fortunati invece, che non hanno mai avuto problemi in queste terre. Io ne ho, e continuo a tornarci inspiegabilmente per il fascino del quale mi sento inondato quando sono qui. Ma non è tanto questa la cosa importante. Quanto quelle piccole cose, che magari una volta hai sentito dire, che magari provi a reputare vere soltanto perché le hai elette in un libro. Poi quando le trovi, quando hai l’occasione di rendertene conto personalmente, ti abbagliano. Non sono cose spiegabili.
Sono appena tornato da una cena tra amici, ho parlato con Irene, la cena è andata bene, lei era a lavorare, io a mangiare pollo tandoori, senza dire al cameriere che lo volevo poco piccante, soltanto lasciandosi trasportare da quello che sarebbe potuto essere. E lei, anche di domenica a lavorare, se non ci fosse lei che mi spinge, mi porta ad avere la forza di fare, probabilmente non ci metterei la forza di volontà che ci metto. Ma probabilmente neanche la metà.
Il decimo giorno di questa avventura indiana è una domenica.
Essendo domenica, nonostante qua in India molti lavorino, ho deciso di prendermi una giornata un po’ più libera: mi sono svegliato e di mattina ho deciso di andare a fare una passeggiata. Nei giorni scorsi vedevo dal forte quelle mura, che non sono proprio quelle attaccate al forte ma sono quelle esterne, probabilmente una nuova recinzione fatta da chissà quale maragià in un secondo momento. E comunque, anche se la mia camminata non è che sia durata tantissimo, saranno stati al massimo una 20cinquina di minuti all’andata e altrettanto al ritorno, Shubham stasera, quando io l’ho detto a tavola, è rimasto scioccato dal fatto che ci fossi riuscito. A me, in realtà, pare di non aver fatto chissà che.
Ma chissà che è stata invece quella sensazione, seduto su una delle rocce più alte del monte accanto al forte di Jodhpur, una di quelle rosse, monumentali, che si sporgono sulla vallata, dicevo quella sensazione di libertà che mi ha dato il panorama infinito davanti a me. Forse in lontananza per la nebbia sempiterna il cielo si confondeva con la terra, ma ero lì, senza nessuno intorno, a guardare fin dove l’occhio poteva arrivare. Sulla sinistra il forte, sulla destra il deserto e in mezzo quelle poche case che rimangono esposte a tutti i venti caldi dal Pakistan. Avevo deciso di fare una camminata di qualche kilometro, uscendo dal forte e scendendo verso la città poi d’improvviso mi sono trovato a voltare a sinistra e a salire per una scala ripida che, vista la pioggia della notte passata, aveva dei pezzi in piano completamente fradici, delle enormi pozzanghere. Mi sentivo un genio a passare sulle rocce che facevano da corrimano. In realtà, girandomi un attimo verso il basso, capivo che era una cosa del tutto comune, ma la sentivo mia. E arrivato su quella roccia, in cima, nessuno mi avrebbe raggiunto. Forse perché non era la più alta? Forse perché per gli altri non meritava così tanto. In ogni momento avevo paura che un serpente uscisse dalla fessura tra delle rocce. Ma non successe e stetti lì, qualche tempo, nell’abbaglio del panorama che mi si stagliava davanti.
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Tornando verso il forte mi sono fermato al vivaio del parco: non l’avevo mai visto prima e per caso, per la mia solita e insensata curiosità, sono entrato da quel cancelletto di ferro. Una mezza dozzina di donne erano sedute per terra intorno ad un mucchio di rena alto quasi 1 metro. Tutto intorno, cosa del tutto impossibile da vedere dall’esterno, tanto i cespugli erano alti, degli enormi bancali, sembravano quasi infiniti, pieni di sacchetti neri grossi quanto un avambraccio, riempiti di terra da ognuno dei quali spuntava una piccola piantina. Non so perché, ma dopo una decina di minuti, saranno stati i sorrisi delle donne, sarà stato il chiedere, fare e ricevere fotografie, mi sono ritrovato seduto con loro a riempire i piccoli sacchetti di terra. La meticolosità con cui la donna alla mia sinistra mi insegnava come battere il piccolo sacchetto per terra per rompere il panetto e far spazio alla nuova terra che avrei messo dopo, mi ricordava, non so per quale ragione, quei momenti davanti alla porta di casa di mia nonna, quando le ceste erano piene di pomodori e lei e la sorella di mio nonno passavano quei pomodori per interi pomeriggi, finché non erano finiti, preparando la “passata” per tutto l’inverno. Una dedizione sovrappensiero, un’azione che viene fatta dalle mani esperte in modo apparentemente automatico, quando ti accorgi che l’attenzione al dettaglio invece è meticolosa: una radice che spunta fuori, un pomodoro da epurare da una piccola parte marcia. Le mani callose e dolenti per l’artrosi, lo sguardo sereno ma consapevole dell’importanza di ciò che si sta facendo adesso per il periodo futuro.
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Succedono delle cose, in India, che non si possono né spiegare né descrivere. Cercherò di raccontare ciò che è successo al meglio possibile, ma non sarà sufficiente per far capire quello che ho provato. Sarebbe irraggiungibile, ma vi assicuro che è una cosa che nella vita deve essere provata, per forza. Più che per forza è per capire, per capire lontanamente ciò che sentono e che provano coloro che fanno del bene ogni giorno.
Sono davanti al più grande negozio di dolcetti di tutta Jodhpur. Sto aspettando Schubham e sono le 7:30 di sera, andiamo a cena da qualche parte. È stato carino a propormi di andare con lui e i suoi amici, sa bene che altrimenti avrei cenato da solo. Un bambino mi si avvicina e mi fa il gesto, con la mano alla bocca, di mangiare. Indica negozio di dolciumi. È un bambino molto povero, vedo in mezzo al guardrail che divide le due grandi carreggiate di quella strada nuova della città, la sua famiglia: il babbo mamma e due piccole sorelle, più piccole di lui. Le macchine sfrecciano loro accanto senza accorgersi della loro presenza. Soltanto quando c’è il rosso, allora la mamma prende in braccio la sorellina più piccola, minuscola, nuda, non per causare pietà, ma probabilmente perché quei pochi stracci sporchi che hanno lì sono tutti i loro averi. Una guardia, addetta alla sicurezza del negozio di dolciumi, manda via il bambino, mi sorride. Il mio sentore passa in un istante dall’imbarazzo alla certezza: vado dentro al negozio, chiedo quanto costa un box di dolci, 200 rupie, neanche tre euro, me lo faccio riempire ed esco. Passo la carreggiata e mi avvicino alla famiglia, sorrido al padre, gli passo la busta con i dolci e gli dico: enjoy. Probabilmente non capisce neanche l’inglese, non mi importa. Torno subito dalla mia parte della carreggiata, cerco di non farmi vedere mentre sbircio ciò che sta succedendo. Non se ne può avere un’idea se non si vede con i propri occhi: una festa. Una festa fatta di niente, solo di sorrisi e gioia, per i dolci arrivati lì per caso. Altri bambini arrivano verso la famiglia e il padre distribuisce equamente a tutti il contenuto della, adesso lo capisco, troppo piccola scatola. I bambini, erano un ammasso di polvere sabbia e fango, le uniche due cose luminose che si vedevano erano i loro denti, che riempivano sorrisi straordinari, e quel dolcetto, così rosso o giallo o verde, che con una delicatezza e una attenzione chirurgica veniva portato alla bocca, per essere assaporato a piccolissimi morsi. Una festa.
Ne parlavo con mia madre, ci siamo commossi insieme. Beati i poveri di spirito, mi ricorda lei, i semplici, coloro che con niente riempiono gli otri giganti dei loro cuori.
Come ho già detto prima, succedono delle cose, in India, che per quanto ci si provi non si riesce a capire, a spiegare, ma si possono sentire. Ti restano dentro, sono le esperienze per eccellenza che creano ciò che sei. Inutile provare a scrivere altro, cercare di descrivere la compassione, la tristezza, la povertà, il niente e il tutto che c’è in quell’immagine scolpita per sempre dentro di me. Una sola parola merita di essere detta, ricordata e tenuta a mente ogni volta che si è incerti se fare o non fare una cosa per gli altri, come ero io con quella guardia accanto che mandava via il bambino, una sola parola:
gioia.