venerdì 26 maggio 2017

Il Garage Indiano_11 A metà


73. Proprio 73, abbiamo fatto il conto insieme.
Mi ritrovo lì, seduto insieme a lui. Insieme al bramino. I suoi occhi che mi guardano sereni, lontanamente lucidi, con un sorriso sincero. Ha pochi capelli in testa, su quella testa affilata, due occhi grandi dietro a degli occhiali cambiati ogni cinque minuti, per vedere da lontano e da vicino. Guarda un foglietto che ha in mano, mai distratto. Scambia due parole con il fratello della moglie seduto qualche metro più in là. Il fratello della moglie sembra più giovane di lui, non parla inglese quasi per niente, ma penso che riesca a capirmi. Ha uno sguardo stanco, come se non avesse dormito la scorsa notte, come se avesse pianto da sempre. La piattaforma su cui stiamo seduti si chiama otta, è uno spazio tra la strada e la casa, un po’ come tutto qua in India. L’india, una terra a metà. Come i ghat di Varanasi, che non si sa bene dove finiscano, non si capisce dove entrino in acqua. Non si capisce, o forse non c’è da capire, dove finisca l’acqua ed inizi la terra: in una stagione l’acqua ricopre tutto, dopo qualche mese l’acqua non c’è proprio. Il loro modo di dire sì, con un cenno della testa, è un ciondolio, nel quale la testa fa come una campana, oscillando il mento da una parte all’altra. Dopo anni di esercizio riesco a capire quando siano d’accordo con quello che sto dicendo o meno. Se vedessimo la stessa cosa da noi sarebbe a significare un no, sicuramente. Ma qua, la variazione di oscillazione del mento di pochi gradi distingue il sì dal no, non ne sei mai pienamente convinto: un cenno di assenso o dissenso? Forse un qualcosa a metà. Come quella piattaforma dove stavamo seduti, non pubblica, non privata.
Come lo sguardo del bramino, non contento, non triste. A metà. Mi ha appena detto che lo stesso giorno in cui lo sono andato a trovare sua moglie, dopo essere stata a letto per tanto tempo, molti anni, se n’è andata. Quando me l’ha detto mi si è spezzato il cuore, in qualche modo (assurdo) credevo che ci fosse relazione tra il fatto che io fossi stato lì e quella dipartita. Un po’ come successe anche per la mia bis zia Zaira: non lo ricordo bene, perché avevo solo nove anni quando morì suo marito, lo zio Paolo. Avevo nove anni e quell’anno era nato Leonardo, mio fratello. Era un segno del destino, un piccolo bambino quando un anziano se ne va. Arrivato come a prendere il suo posto nella vita delle persone che gli volevano bene. La zia Zaira ha sempre amato con tutto il suo cuore tutti noi, i nipoti e bisnipoti (e ne aveva tanti! Una volta, con la nonna, facemmo il conto, erano più di 30) ma Leonardo, Leonardo le era nel cuore un po’ di più.
Così per la moglie del bramino: lo stesso giorno, poteva capitare in ogni altro momento, ma è successo proprio quel giorno.
Non essere triste, mi dice, non siamo fatti per continuare a stare in questo mondo. Nessuno continuerà per sempre a starci, sta sorridendo mentre mi dice questo, non riesco a crederci. Sorride, e su quella piattaforma coperta da un velo colorato e petali di fiori è posta una fotografia della moglie. Il bramino la guarda, è stata la migliore delle migliori amiche che abbia mai avuto. Non potevo desiderare di meglio.
Siamo stati insieme tanto tempo, 73 anni.