domenica 11 giugno 2017

Il Garage Indiano_14 Sorridi


Perché non l’avete mangiata? Mi rivolgo alla Giugi band, che stanno tutte qui, a guardarmi, in coro, proprio fuori dalla mia camera, lungo il corridoio che si staglia fino all’ingresso delle scale per scendere giù al forte. Se c’è una cosa che mi fa veramente schifo non sono i serpenti, come Indiana Jones, non sono i ragni, come alcuni miei amici, non sono più le falene, come per me un tempo era: sono le schifosissime bastarde squallide e viscide cavallette. Ma perché, visto che era qui accanto a voi, compagne di Giugi, perché non l’avete mangiata? Esco per fumarmi l’ultima bidi, dopo una serata di relax completo, sento già la stanchezza che si avvicina e compenetra nei miei pensieri la stessa voglia di ieri sera di andare a letto, quando mi si ghiaccia il sangue nelle vene e in quei 20 cm tra me e la porta appena chiusa alle mie spalle ecco che sento il maledetto ronzio. Si alza in volo, il verde, con quelle zampette lunghe e affilate, con quegli occhi spiritati, la peggiore nemica dell’uomo, la cavalletta. Fa un giro intorno a me e io agito le braccia e in qualche maniera diventa un maestro di step sul posto per qualche secondo, finché lei, che non è che abbia più paura di me di quanto io ne ho di lei, e che si è soltanto stancata di stare qui, vola un po’ più in là, al corridoio accanto. Rimprovero tutta la banda ma alla fine capisco che, ok è più grande di voi, forse non ce l’avrei fatta neanche io a mangiarla.
Brutti scherzi della solitudine. Trovarsi a chiacchierare tra sé e sé sulle sorti di una cavalletta che doveva essere mangiata da dei giechi attaccati alle pareti. Dare loro lezioni di stile. L’eccitazione e il brivido mi fanno venire la pelle d’oca con le quali trovo la forza di tornare a scrivere, dopo qualche giorno. Non è che non volessi scrivere, ma se non succede niente ne vale davvero la pena? E mi potreste obiettare, ma come fanno succedere niente? Sei in India! Ma non è proprio questa la cosa straordinaria? La capacità adattativa dell’uomo.
Arrivi in un posto, a migliaia di km di distanza, e sei affascinato talmente stupefatto da tutto ciò che ti succede intorno che non fai altro che vomitare istante dopo istante su di un foglio, per non dimenticarlo, quello che hai dentro. Poi, senza che tu l’abbia chiesto, eccoti a ritrovare una normalità (non senza i dolori della mancanza, della nostalgia, del ricordo e della lontananza), ma che normalità è, o meglio, puoi iniziare a pensare che lo sia. Che in qualche modo lo possa diventare. Per di più, ti piace anche quello che fai, là, lontano. Ti piace a tal punto che sei pronto con tutte le forze a rinnegare quello che stavi facendo prima, quello a cui stavi mirando. Non che poi fosse tanto chiaro o straordinariamente rilucente. E non sto parlando di relazioni interpersonali con le persone che ti stanno a cuore davvero: quelle non smetteranno mai di esserti dentro. Arrivi soltanto “talmente in là nella solitudine che tornare indietro sarebbe doloroso più che andare avanti” (semi citazione shakespeariana della tragedia scozzese, caspita quante ne so, ma questa la uso spesso).
Dicevo che ero quasi pronto per andare a letto, adesso sono le 11:03 di sera, orario straordinario qua per me, soltanto per me, per essere nel mondo dei sogni. Tuttavia la cavalletta ha fatto sì che una botta d’adrenalina pervadesse i miei sensi e facesse sì che io potessi trovare un pretesto per scrivere. Proprio di questo: io adesso sarei già letto da una mezz’ora. Gli orari di Jodhpur sono completamente diversi dai miei. Quelli italiani non c’entrano niente più, ormai. Sono tre ore e mezzo di fuso orario da tutti coloro con cui posso parlare italiano, e Jodhpur resta un’ora e mezzo avanti a me: se io sono pronto ad andare a letto adesso Jodhpur andrà a letto quindi tra un’ora e mezzo, forse. Dico tra un’ora e mezzo perché la città si accende quando io apro la porta di camera per rientrare. Non mi sento più parte dell’una e dell’altra cosa. La città di Jodhpur, quella vera, quella abitata da persone normali, persone che sorridono.

Inciso: Ho letto oggi un articolo illuminante, sempre da tenere a mente: se con il volto sorridi, e sorridi per davvero, il tuo cervello recepisce il movimento dei muscoli del volto come un segno positivo, quindi entra in un circolo vizioso per il quale stai meglio se hai sorriso in precedenza e continui a sorridere nella stessa maniera anche nei momenti a seguire. È una cosa straordinaria. Ho già iniziato a provare a farlo da un paio di giorni, la mattina, quando in realtà non ci sarebbe niente da sorridere perché sono qua, da solo, a 6600 km da casa, non potendo parlare inglese perché non lo sanno, ma cercando di essere inclusivo il più possibile verso i miei “ospiti”. 

Sarà forse per questo che qua ci sto così bene? Forse perché, senza nessun ordine da rispettare o senza alcun fastidio da considerare, le persone sorridono: così, sorrido anch’io; e ci ritroviamo entrambi con il cervello che fluttua nella stessa direzione: quella sì, dell’insicurezza, ma anche quella della certezza di non aver problema nella creazione di un proprio futuro. Ripenso a Humphrey, un ragazzo conosciuto qualche giorno fa: ci siamo visti per la prima volta allo stepwell caffè americano, di New York, la cui famiglia commercia da qualche tempo con l’India nel campo delle stoffe dei tessuti. Che problemi vuoi che abbia? Sempre vestito elegante, sempre dal capello impeccabile. Quali sono e quali saranno le sue mancanze? Ogni pomeriggio si gioca a tennis, ogni mattina fa finta di lavorare, ogni sera esce a bere una cosa e a mangiare in un posto costoso. Ma non sorride. Mai.

Chi sta meglio? Sorridi. Starai meglio te.