venerdì 19 maggio 2017

Il Garage Indiano_6 Il Senso del Meglio


Ieri sera volevo, ad un certo punto, scrivere testamento. E a ragion veduta, visto che stamattina ho trovato un pezzo di vetro grosso quanto un braccio in mezzo al giardino, spezzato da una finestra. Ma, come sempre, andiamo con ordine. Cosa che, sto mettendo sempre più a fuoco, mi riesce pochissimo.

Dopo aver finito di lavorare ieri sera salivo verso il forte dall’antica porta “sul retro”. È una salita sfiancante. A contarli bene saranno un paio di chilometri e più dritti verso l’alto dei cieli, con un’ombra minima, che a maggio, ovvero la stagione più calda indiana, significano doccia di sudore e necessità di lavarsi immediatamente. Sfiancato dalla cosa quindi corro in camera a lavarmi e apro la finestra del bagno per far uscire un po’ di vapore della doccia. Il che sembra un particolare inutile, ma non lo è.

Fresco come una rosa quindi mi avvio verso il ristorante interno al forte a metà della salita fatta prima. Il Chokelaw Bagh è una specie di dependance dal ruolo incerto, ma dalla straordinaria terrazza. Visto che sono un signore, e su questo non possiamo dire niente, la sera mangio lì: alla mia sinistra l’imponente, rosso, forte di Jodhpur e alla mia destra la magica, brulicante, città blu. Dopo una mezz’oretta nella quale me la prendo completamente con calma, arriva una nebbia fittissima. Sulla terrazza siamo io, tre ragazzi che lavorano al forte come restauratori di dipinti, e una coppia seduta al tavolo accanto. Uno dei ragazzi mi dice:

lo sento nello spirito dell’aria, arriva la pioggia.
Sorride.

Dopo un quarto d’ora i bicchieri di vetro volavano su tutta la terrazza, ai due camerieri sono volati via i turbanti ed anche gli ospiti, con il tempo messo così, hanno deciso di andarsene via. Per ora era solo vento. Quel chilometro che mi separava dalla camera mi sembrò infinito: una bora calda, desertica, buona soltanto ad alzare la polvere e la sabbia nei nostri occhi, ci soffiava contro lungo tutto il percorso. Semmai vi succedesse, un consiglio: non saltate. È il primo passo verso il decollo.
La mia camera, come ho già detto è situata sul punto più alto del forte. Avevo paura che si staccasse dal basamento e prendesse il volo, un po’ come la casetta che schiaccia la strega dell’ovest (o dell’est? Questa ignoranza la pagherò cara). La pioggia che, grazie a Dio, è arrivata soltanto una volta entrato in camera, avevo paura che sfondasse i vetri delle finestre (come appunto è successo per quelle di un bagno accanto, meno male era una camera vuota). Salta la luce e finisco Internet nel telefono. Non c’è connessione e non posso aprire la porta. L’acqua inizia a penetrare dalle fessure delle finestre. Sotto una finestra c’è una presa elettrica e mi rendo conto che l’acqua è arrivata fin lì soltanto quando hi i piedi nudi nella pozza sul pavimento. Meno male la luce era già saltata. Spengo tutti gli interruttori e tutte le spine per evitare altri danni, preparo uno zaino d’emergenza per scappare in mezzo alla pioggia nell’eventualità che una delle finestre ceda all’improvviso. Trauma. L’ultimo messaggio che mando dal telefono è ad Irene: sappi che sei stata il mio ultimo pensiero.

La situazione non cambia per circa un’ora e proprio come ci vogliono sette minuti al cervello per escludere il senso dell’odorato in presenza di fortissimi profumi o puzzi persistenti, anche io iniziai a non sentire più niente intorno a me nonostante le finestre sbattessero dal vento e lo scrosciare della pioggia scalfisse le pietre.

E d’un tratto, non so neanche io perché, mi trovo nel forte, in mezzo a una tempesta, senza luce, senza nessuna connessione con l’esterno, tranquillo, con un lumino di candela acceso accanto al letto, a leggere Il Barone Rampante di Italo Calvino.

Ma in fondo non importa trovare un senso a tutte le cose, come dice Vasco, a volte la vita un senso non ce l’ha.

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Non volevo dilungarmi più di tanto, ma non voglio perdere la sensazione che ho avuto stamattina. E non è stata una vera e propria sensazione, o meglio ne è stata la causa: gli occhi di un vecchio bramino che mi guardano e che mi invitano ad entrare in casa sua. Sono stato lì per una mezz’ora buona a parlare con lui. Quarant’anni di insegnamento di sociologia all’università di Jodhpur e adesso scrive. Mi chiede se conosco Osho. Gli vorrei dire che lo conosco soltanto per alcune battute che girano su Internet e che lo ritraggono a dire fesserie divertenti, ma mi limito a dirgli di sì. Mi racconta che un giorno un giornalista andò da Osho e, per la teoria del saggio che quando qualcosa viene dato bisogna anche ricevere qualcosa, dopo le domande del giornalista, Osho gli pose la propria:

Che cosa è meglio?

Il giornalista aspettava il resto della domanda, ma non arrivava.

Che cos’è meglio? Ripeté Osho

non lo so maestro, cosa?

Meglio è semplice.

Quanta verità, ho pensato che “è difficile trovare la strada per il semplice” e l’ho detto al bramino. Si è messo a ridere,

Hai perfettamente ragione, ma ti sbagli: non è difficile, è che ci vuole tempo.

giovedì 18 maggio 2017

Il Garage Indiano_5 La dignità della scopa di saggina


Obbiettivo Reliance Market, ho capito soltanto alla fine che nessuno lo conosceva perché era Reliance Fresh. Ma un po’ di elasticità mentale?

Eravamo io, 10 persone e 7 risciò. Sembra l’inizio di una barzelletta e un po’ lo è stata. Devono averlo preso dagli inglesi (maledetti) questo senso di precisione nel parlare, che chiaramente hanno convertito rendendolo del tutto indiano. Quindi dovresti esser capace di parlare inglese, ma con la pronuncia e alcune parole convertite completamente all’indiana. Ricordo quando io e Luca eravamo all’aeroporto di Londra per tornare verso l’Italia: uno degli italiani (sorprendentemente la fila era molto silenziosa e, forse, rassegnata) ha dei problemi con il sacchetto che contiene i liquidi da portare in cabina, dentro l’aereo. La guardia continua a dirgli che non capisce. Lui risponde che con lo stesso sacchetto, identico, è arrivato qualche giorno prima a Londra. Perché non dovrebbe potere uscire di nuovo da Londra, con lo stesso sacchetto? Il discorso filava, ma la guardia non capiva. Come si sa gli italiani, in media, non hanno una padronanza straordinaria dell’inglese: la spiegazione che il mio connazionale stava portando era, si corretta da un punto di vista di ragionamento, ma stava sbagliando dei tempi verbali. In qualche maniera gli stava dicendo che qualche giorno fa “avrà portato” lo stesso sacchetto dall’Italia all’Inghilterra, e che è esattamente della stessa capienza di quelli che hanno loro, trasparente, soltanto non con il marchio della compagnia aerea. Quello sbaglio di forma verbale però bloccava completamente la testa della guardia inglese, che non riusciva proprio a “capire”. Dopo un po’, un italiano con una padronanza straordinaria invece dell’inglese, rispondendo bruscamente alla guardia gli ha spiegato che, se lavora in aeroporto, con passeggeri da tutto il mondo, dovrebbe avere un po’ più di elasticità mentale. Glielo disse così talmente bene che la guardia, imbarazzata, si è fatta dare il cambio spostandosi di metal detector.
Così eravamo lì. Reliance Market. Quando ad un certo punto, grazie all’ausilio dei fenomenali mezzi tecnici telefonici, sono riuscito a mostrargli una foto del logo del supermercato. Mi sono preso paura, non l’avessi mai fatto! Un boato che a confronto tutti i clacson della città non erano niente! E poi sorrisi, pacche sulle spalle, come se la squadra di cricket di Jodhpur avesse vinto il campionato nazionale.
In 10 minuti sono arrivato al supermercato e, da buon italiano, ho comprato due pacchi di pasta. Non vi dico tra le altre cose lo stupore degli inservienti del forte quando mi hanno visto entrare in cucina. Le donne addette a spazzare il cortile (penso facciano soltanto questo dalla mattina alla sera, con quelle scope di saggina senza manico, che ti obbligano a stare piegato, quasi a livello terra - dal mio punto di vista anche un po’ umiliante, ma ormai sono abituato a vederle) si sono messe a sghignazzare e, incredule del fatto che avessi messo l’acqua bollire, hanno anche chiamato una terza che non avevo mai visto. Lasciando per un secondo da parte ciò che è avvenuto oggi ci tengo a precisare e a rendere partecipe il lettore della bellezza delle donne indiane. Non sto parlando dello stesso tipo di bellezza alla quale spesso pensiamo quando ci venne in mente una bella ragazza. Per cercare di fare un paragone minimamente esplicativo mi viene da citare Gep Gambardella, nella Grande Bellezza:
Quando da piccoli ci chiedevano quale fosse la cosa che ci piaceva di più, tutti rispondevano la figa, tutti ma non io, la mia risposta era “l’odore delle case dei vecchi”.
Ecco, per capire la bellezza delle donne indiane c’è da andare un po’ al di là della concezione comune che abbiamo di bellezza: bisogna cercare il senso nei loro occhi, l’esperienza nelle loro fronti, la delicatezza nelle loro mani, la verità nelle loro pance scoperte e la ricchezza nel colore del velo con cui si coprono il volto. Forse sarò io di coccio, ma a me c’è voluto tanto tempo, molti silenzi in contemplazione, molti momenti di imbarazzo davanti alle loro esperienze, per capire un briciolo della “bellezza” della quale è impregnata ogni azione, ogni singolo particolare delle donne indiane.

mercoledì 17 maggio 2017

Il Garage Indiano_4 Sete


Si, sono 4. 4 al giorno. E mi ha detto Shubham che è il numero corretto. Ma cosa? E chi è sto Shubham? Che in realtà non so neanche se si scriva così. Penso di sì in realtà. Allora, Shubham è un architetto del Forte.
È architetto, per chi non lo sapesse, proprio come me. Soltanto che lui ha 26 anni e io 29. Soltanto che lui è responsabile del restauro di un complesso di edifici del Maharaja. Soltanto che si è sposato a dicembre scorso. Soltanto che… è indiano. Devo riconoscere, non un indiano stupido, un indiano sveglio. Alle volte penso che, se sei indiano, e sei abbastanza sveglio, ci sono enormi possibilità che ti aspettano. Chiaramente, me l’ha detto anche lui che il peso e danno alle sue considerazioni per ora è abbastanza “calmierato”. Ma soltanto perché è giovane. Tuttavia il primo responsabile di una serie di progetti qua: se provo a pensare alle stesse opportunità in Italia, a chi vengono date, da chi vengono date e riguardo a cosa, non riesco proprio a farmi venire alla mente nessun caso neanche lontanamente simile. Stamattina l’ho accompagnato sul cantiere del suo progetto. Una volta lì mi sono messo a seguire le documentazioni sulla creazione dei materiali da costruzione e sul lavoro vero e proprio in cantiere per le mie ricerche. Dopo un po’ è tornato da me e, come se non volesse dir niente, se n’è uscito con:

Ho appena chiamato i bulldozer per oggi pomeriggio, devono buttare giù una parte di quell’edificio, vedi? Quello laggiù, dietro. Vado a fare due foto per documentare la situazione attuale e poi andiamo a mangiare, ok?

Ecco. Bulldozer. Demolizioni decise in una mattinata. Documentazione fotografica probabilmente approssimativa. Tutto ciò mi ha portato a due pensieri: un’invidia per la possibilità decisionale che è data questo ragazzo sul progetto. Una fiducia sconfinata sostanzialmente. Ma d’altra parte mi sono anche reso conto del problema che questo comporta. Quella che lui ha chiamato la “situazione attuale”, “quell’edificio e la sua parte dietro”, non sono altro che abitazioni di poveracci. In realtà non sono abitazioni temporanee, ma sono costruite con mattoni che si appoggiano a quella preesistente, interna al progetto di Shubahm per il maragià. E non c’è nessun tipo di pensiero laterale verso quelle persone. Nessun tipo di tutela, arrivano i bulldozer. Non c’è stato neanche nell’anticamera del cervello il pensiero di dislocarli da qualche altra parte. Quel terreno è mio. Non importa che io ne abbia migliaia di altri o meno, è mio. E quindi bulldozer, questa parola mia scandalizzato e mi è rimasta nella testa fino ad adesso.
Hanno chiamato le guardie per oggi pomeriggio. Non so quando inizieranno e non so se prenderò parte. Distrattamente ho detto a Shubham che non sarei andato perché avevo già preso tutto ciò che mi serviva. Ma probabilmente non ci andrò per non vedere quello. Persone disperate fermate dalle guardie mentre con dei bulldozer la loro casa viene buttata giù. Spero non lo facciano davvero. Spero che buttino giù soltanto degli edifici confinanti, non abitati, in cattivo stato. Delle “rimesse” per quelle persone.
Lo spero davvero. Non penso che avrò la forza di andare a vedere. E fu mattina e fu pomeriggio del quarto giorno. Le 14.39 del quarto giorno. E tutto può succedere questo pomeriggio.

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Sono stato a far visita ad Imran, sulla sua terrazza, in cima alla sua guest house. Baba Haveli Guest House. Per chi non l’ha mai sentita nominare, si fidi, è una vera casa indiana. Nonostante chi c'è stato in passato possa anche dire che è un posto da poveracci. Ecco, non fidatevi mai di chi dice una cosa del genere. Quella lì è una vera e propria dimora dove poter provare le sensazioni, i sapori, le amicizie indiane più vere. Almeno per me. Imran è quello che posso chiamare “il mio amico indiano”. Lo conosco da così tanto tempo che non ricordo la quantità di cose che abbiamo fatto insieme. Senza dilungarmi più di tanto vi dirò che ero lì, sulla terrazza, di fronte al forte di Jodhpur, qualche passo sopra tutto il resto della Città Vecchia. Quando sono entrato in casa sua madre era sdraiato sul divano e suo fratello, seduto ai suoi piedi, mi ha salutato come se fossi uno di famiglia. In un secondo è arrivato anche lui e mi ha detto:
ci vediamo tra 10 minuti sulla terrazza, compro due cose al mercato e arrivo.
In un istante ero sulla terrazza della guest House. Mi guardo intorno e la mia attenzione viene catturata dai vasi appoggiati sul balcone: terra secca. E la mia mente inizia a vagare nei suoi soliti o insoliti meandri: come fa questa, così inospitale e così calda, ad essere una terra in cui l’uomo vive? È troppo ostica: oggi nel momento di piena hanno fatto addirittura 43°. Perché in un passato remoto una popolazione si stabilì in una terra così arida e così fastidiosamente calda? Pensandoci ripensandoci non riesco ad arrivare ad una soluzione di questo quesito. Tuttavia un motivo ci deve essere, guardando il forte e pensando alla sua magnificenza non può non esserci un motivo! Ma al di là del forte si staglia infinito il deserto che porta al Pakistan. Sono sicuro che un perché ci sia. Non posso pensare che sia solo dovuto al fatto che le persone da qua non si possano spostare, lasciando perdere la bellezza che loro stessi creano. Perché? Perché proprio qui? Un nuovo quesito, forse inutile, da annoverare tra i tanti altri che mi vengono in mente durante la giornata.

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Mi sono fatto lasciare dal tuc tuc un po’ prima della porta storica del forte, quella che adesso è diventata la porta “sul retro”, Fateh Pol. È l’unica porta dalla quale possa entrare la sera per tornare a dormire là. Senza nessun motivo ho deciso di girare verso sinistra e andare per qualche minuto, giusto per farsi salire la fame, a contemplare il buio del lago artificiale accanto al forte. Un posto straordinario, di una bellezza quasi magica.
C’era un ragazzo, seduto sugli scalini che scendono fino ad entrare in acqua, che stava lanciando della pasta di pane a piccoli pezzetti nel lago, penso per dare da mangiare ai pesci. Teneva quella pasta con la mano sinistra e con l’aiuto della destra ne creava un vermicello, un piccolo rotolo. Poi lo spezzettava, ne prendeva delle capocchie, ogni capocchia la divideva con la mano destra in tre piccoli pezzettini che gettava ai pesci con un unico gesto. In realtà, mi resi conto che non stava neanche guardando dove finissero, o che effetto avessero quei tre pezzettini di pasta di pane gettati nel lago. Li gettava e basta. Chiaramente, senza una ragione plausibile, mi metto a sedere accanto a lui. Resto lì per un po’, tanto che arriva anche un altro ragazzo a fare la stessa cosa, ma il suo pezzo di pasta di pane molto più piccolo. Il ragazzo seduto, d’un tratto, ma con massima calma, si gira verso di me e mi passa un pugnello di quella sbobba solida. Dentro di me in realtà, non aspettavo altro che di far parte di questo rito, visto tante volte e da tante parti, ma che non avevo mai adempiuto. Mi metto all’opera, con la mano sinistra tengo il pezzo di pasta di pane e con la destra cerco di spezzettarlo: sembrava facile, ma si attaccava alle dita, era difficile da tenere perché anche i vari pezzettini che spezzetti, quando li metti sulla mano destra tendono a riattaccarsi. Loro lo facevano con una leggerezza e una semplicità sconvolgenti. Piano piano anch’io riesco a lanciare miei primi pezzetti di pane. L’altro ragazzo, quello che aveva poca pasta di pane, finisce e se ne va. Ed io rimango solo, con Jitendra, ho capito qualche minuto dopo che si chiama il ragazzo, e che non parla assolutamente inglese. Io non parlo indi, quindi sembra impossibile la comunicazione.

Però, forse perché qualcosina di indi lo riesco a capire, pian piano una discussione prende vita. In questo momento la mente deve essere libera, mi dice. Non ci devono essere preoccupazioni. Nessuna eccitazione. In seguito, quando mi passa il secondo pugnello, mi chiede di dargli una mano. In realtà c’avevo già messo una decina di minuti a finire quella di prima e la mia prima intenzione era quella di alzarmi e andarmene. Devo ammettere che la sua pasta di pane era veramente tanta, una borsetta, quasi una pochette da donna. Sono rimasto lì seduto, me ne ha dato un altro pezzo ed io, per quanto lentamente riuscissi a snocciolarlo, lo lanciavo costante ai pesci.
Per fortuna o purtroppo quindi, abbiamo iniziato a capirci. Mi aveva chiesto aiuto a finire quella quantità infinita di pasta di pane. Mi spiegò anche che quello che faceva lo faceva per religione, dare la pasta di pane in palline ai pesci era come pregare. Mi ha detto “è per domenica”, e io ho risposto, ma è martedì!
Ma no, è che mi avvantaggio… Lo faccio prima…
Ma lo fai per religione?
Sì.
Ed è stato straordinario come dopo, 20 secondi soltanto, mi abbia chiesto se sono sposato, cosa alquanto normale per gli indiani. Gli ho detto di no, probabilmente è in previsione per un futuro molto prossimo, ma ancora non sono del tutto sposato. Lui invece mi ha detto che ha trent’anni, è sposato e con un bambino.

Se ci ripenso adesso è davvero incredibile. Quante cose ha capito e, sono sicuro, le ho capite davvero. Cioè, mi ha detto proprio quello, non ho “sbagliato” a capire. Addirittura è riuscito a farmi capire, quando mi ha detto che aveva trent’anni, e quando gli ho risposto che io ne ho 29, che lui, nonostante sia più grande di me, sembri molto più piccolo. È straordinario. Vorrei imparare l’indi. O forse mi affascina tanto il fatto di non saperlo, ma capirlo, che mi allontana dal pensiero o dall’obbligo di iscrivermi ad un vero e proprio corso. Sono straordinari, assolutamente e letteralmente “fuori dall’ordine”. È riuscito a spiegarmi che fa il tessitore di sari, qua a Jodhpur. Mi ha chiesto se sono mai stato a Jaisalmer, gli ho risposto di no. Mi ha detto che fa tanto caldo a Jaisalmer.

Oggi, mentre eravamo con Shubham in moto, mentre mi portava via dal forte che sta restaurando, parlavamo dell’incompatibilità delle lingue. Ma quell’incompatibilità che diventava compatibilità soltanto grazie alle persone. Tramite l’espressività, la forza dei gesti. Oggi pomeriggio è stata abbastanza una serata all’insegna della lingua e forse anche un po’ della “inutilità” della lingua senza la "voglia di parlare".
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Mi ero chiaramente perso. 4 sono sì i giorni, ma anche i litri d’acqua necessari per ognuno di essi.

martedì 16 maggio 2017

Il Garage Indiano_3 Persone e Foreigners


3
Merda, solo tre?

In questo momento sto pensando a due cose: vaffanculo è la prima. La seconda è, cosa scriverò dopo aver passato il 25º giorno? Sì, penso più o meno a quello di poterci arrivare, forse peccando di arroganza, ma dopo? Cosa scriverò?

Vaffanculo perché mi si è rotta di nuovo la francescana. Ok, potrebbe sembrare una cosa abbastanza sconcia, ma in realtà è la ciabatta. Penso si chiamino così perché sono quelle che portano i francescani durante tutta la vita monastica. Una volta, quando ero scout, venne a farci visita un frate francescano e sono da lì sempre rimasto colpito: era inverno, un freddo cane, noi eravamo rinchiusi nel prefabbricato del prete vicino casa, e questo frate che parlava del più e del meno senza un minimo di freddo indossando le francescane.

Oggi è la festa della mamma. Comunque qua fa caldo come ieri. Da buon figlioletto stanotte alla mezzanotte indiana, ovvero le otto e mezzo italiane, ho fatto gli auguri alla mamma. Sarebbe stato tutto straordinario se la family non mi avesse chiamato proprio nel momento di maggiore concentrazione durante la giornata: erano le tre di pomeriggio, aria condizionata fissa a 22° quando fuori ne fanno almeno una quarantina, bottiglie di acqua che calano nella mia gola direi quasi intere. Un enigma impossibile da risolvere per il lavoro e sono da un’ora e mezzo fisso davanti al computer. È proprio il momento in cui sta per scattare la scintilla che ti fa sciogliere il bandolo della matassa. Perché da quanto era intricata anche il bandolo doveva esser sciolto. Per poi sciogliere anche tutto il resto. Ma mi sto dilungando lasciamo perdere. Ecco, ero proprio in quel momento, quando i miei mi hanno chiamato: allegri e contenti, non senza i loro problemi, ma spensierati davanti ad un piatto di pasta. C’è da immaginare la scena, 6600 km di distanza, tre ore e mezza di differenza di fuso, e io che impazzisco contro lo schermo del computer perché non reagisce ai miei comandi. Lo annuncio ufficialmente: “mamma mi spiace, non volevo nel giorno della tua festa essere scontroso”. Che poi in realtà non lo sono stato, non sono stato “proprio” scontroso. È che probabilmente sono apparso indifferente. E mi dispiace.

Forse è anche giusto che io abbia poco da scrivere oggi. È domenica, non è che abbia fatto granché. Ma un pensiero mi sento di condividerlo: mentre tornavo verso casa sul risciò, mi sono guardato intorno e per una volta mi è sembrato di farlo con occhi diversi. Non so perché, ma fatto sta che per un istante, soltanto per quel viaggio, gli indiani non mi sono sembrati più indiani. Erano, più che cittadini di un altro universo del quale tutti parlano, che tutti vogliono vedere, che sembra appartenere ad una galassia diametralmente opposta alla nostra, persone. Persone che parlano, scherzano, ridono, si innamorano e giocano.
Amici che si spingono e vecchietti che, giocando a carte, ricordano dei tempi che furono: non erano indiani. Erano vecchietti. Erano amici, erano persone. Non so se si capisce quello che voglio dire. E quindi chi ha orecchie per intendere…

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Discorso nonsense numero 426 (della giornata, nella mia mente, non ce la faccio a scriverli tutti):

Anche l'altro giorno quando chiedevano ad una trasmissione radio che ormai sento più o meno da quando sono nato, la mattina sulla seconda emittente nazionale italiana, dalle otto alle 10, il ruggito del coniglio, Dose e Presta chiedevano se facesse tristezza a quelli che erano lì, quelli che stavano assistendo alla trasmissione insomma, se facesse tristezza loro cenare da soli al ristorante. Alcuni hanno detto no perché è un momento mio, un momento di relax. Altri hanno detto di sì. Così ecco adesso voglio dire la mia: al quarto pasto che faccio completamente da solo posso dire che fa veramente tristezza mangiare in solitudine, anche se mangiando veramente molto bene. Piccantino, ma non fastidioso, con una salsina che smorza. Per la seconda sera di fila.

Come succederà per le prossime 17 sere. A mangiare in questa dependance del forte di Jodhpur, che sostanzialmente farebbe parte di una classica esperienza “da sogno”? Ho paura che da qui a poco questo sogno non sia più tale, fatto di candele sui tavoli, fatto di due ragazze che sono sedute a tavola accanto che scherzano e ridono, due camerieri che arrivano sempre quando hai bisogno, basta che tu li guardi e loro arrivano. Il forte illuminato del Mehrangarh accanto a te, con i bastioni imponenti sopra le rocce che sembrano non aver la forza di reggerli e che invece da centinaia di anni sono lì. Un venticello leggero che ti accarezza il volto, e la città blu, dall'altra parte, la città dei bramini detta Brahampuri, la parte vecchia di Jodhpur. Una musica di festa in lontananza. Le due ragazze ridono. La musica mi fa pensare che forse questa città pulluli di una vita che non è quella che si deve svolgere lungo la strada la notte soltanto per il caldo, ma un’altra vita, una “notturna” sulle terrazze e dentro gli anfratti nei locali di questa città. Vita della quale forse non voglio o non posso fare parte. Non voglio perché devo essere lucido dai bagordi della sera: lucido per pensare a ciò che devo fare, lucido per concepire nuove idee, per concentrarmi sulle vecchie. E d'altra parte non ci posso partecipare, perché non sono nato qui, non sono come loro. Sembra alle volte un po' un'umanità diversa. Con le stesse emozioni, gli stessi sorrisi. Le ragazze davanti a me stanno al telefonino, come fanno i ragazzi anche dalle “nostre parti”.

Forse non posso essere incluso in tutto ciò anche perché si parla solo e soltanto inglese. Ecco, forse questa è una delle cose per la quale non posso essere come loro: dalla nascita parlano inglese, è una prima lingua per loro, mentre io faccio ancora fatica, nonostante capisca e riesca a spiegarmi (quasi sempre) con facilità. Ma è faticoso, molto. Poi, per esser franco, nonostante siano esattamente come noi dentro, l'aspetto esteriore fa sì che il loro non mi vedano come “uno di noi”. Prima ero a prendere una limonata sopra allo Stepwell Cafè, un bar restrutturato, su un pozzo che è diventato uno dei fulcri della Città Vecchia. Ero lì e bevevo una cosa da solo all'ultimo piano e sono arrivati su due indiani. Mi hanno guardato e si sono detti: c'è uno straniero, un “foreigner”, stiamo giù.

Che impressione. Io vedo loro persone e loro vedono me foreigner. La cosa mi ha un po' atterrito.

D'un tratto, mentre penso alla parola “atterrito” si spengono tutte le luci del forte. Vorrà dire qualcosa?

lunedì 15 maggio 2017

Il Garage Indiano_2 Giugi



Secondo me, la mia situazione psicofisica sta lentamente deteriorando. Sono le 22:24 minuti del primo giorno del tutto indiano e mi trovo inspiegabilmente a parlare con un geco che cammina sulla parete bianca del forte di Jodhpur. Un po’ per scherzo un po’ per noia va a finire che inizio a chiamarlo Giugi.

Non stavano scherzando all'aeroporto di Delhi quando parlavano “della città più calda dell’India”. Ma andiamo avanti con ordine: dormito pochissimo nell'aeroporto della capitale. Hai presente quando succede che, nonostante lo stress che hai addosso, per la paura di perdere il volo, sei talmente stanco che quella poltroncina che scimmiotta una Chaise Longue sembra un talamo nuziale tra i più invitanti. Quindi ti rassegni, dopo 10 minuti di tentativi riesci a settare correttamente il tuo cellulare perché ti svegli un’ora prima del boarding (un’ora prima sempre per lo stress). E non è cosa nuova o inconsueta che capiti la famiglia indiana composta da cinque donne delle quali la più giovane ha 25 anni ed un uomo obeso che ti spiazzano intorno. La nonna della famiglia inizia a dettare le regole della sopravvivenza in aeroporto: nonostante io non capisca cosa dica ero sicuro che stava dando le raccomandazioni che qualsiasi nonna avrebbe dato a figli e nipoti.
Non ti allontanare.
Se vai in bagno fai veloce e torna subito.

(Nel frattempo Giugi si sposta per tutta la stanza, bravona, occupa i tuoi spazi).

Insomma dicevo che la cosa fastidiosa non era tanto la qualità della nozione ma la quantità e il volume utilizzato. Probabilmente gli indiani nascono con una sordità che acquisiscono direttamente nell’utero materno. Si spiegherebbero tante vicissitudini del loro normale vivere: clacson sempre premuto; volume della voce sempre altissimo; segnali acustici stradali, tra i quali anche il fischietto dei vigili che farebbero tornare l’udito ad un sordo per perderlo nuovamente dopo un istante di DRIIN. Quindi questa vecchia stava urlando accanto a me supino sulla Chaise Longue che si era dimostrata inspiegabilmente scomoda. Nonostante la scomodità però stavo per dormire. Prima reazione, alzata della visiera del berretto e sguardo agghiacciante verso la vecchia. Effetto: silenzio di lei per 12 secondi contati. Dopo un’altra caciara di qualche minuto mi alzo lancio il berretto sul divano, lo prendo con due mani e lo sposto 5 metri più avanti. Guardo tutta la famiglia per 10 secondi, loro impauriti cercano di sfuggire il mio sguardo di ghiaccio. Stavolta guadagnato la bellezza di tre minuti e 45 + un abbassamento del volume per tutto il resto della conversazione. Riesco quindi a dormire dalle tre di notte fino alle sette. Per farla breve dormo anche tutto il viaggio in aereo verso Jodhpur, ma tutto ciò non fa che accentuare l’effetto sulla mia pelle e, in fondo, anche nel mio animo europeo del phon nel quale mi sono trovato una volta uscito dall'aereo.

42 gradi. Zero percento di umidità. Probabilmente il limite massimo sopportabile dall'essere umano.
Nonostante adesso facciano 36 gradi, ho il sospetto che anche Giugi stia crollando. Si muove senza una meta cercando una superficie più fresca che non troverà mai. Un po’ come Giugi anche io ho cercato, subito sceso dall'aereo, conforto al forte di Jodhpur.

Prima di continuare però penso sia giusto fare una precisazione. Non descriverò l’India per come l’hanno descritta già molti altri e molto meglio prima di me. Ho intenzione, con queste parole, di cercare e descrivere soltanto quegli attimi, quelle sensazioni, quelle “cose” che affascinano me, alla sesta volta che torno qua. Anche perché in fondo penso che le esperienze, ma soprattutto quella indiana, un paese così diverso, così lontano dal nostro, sia quasi impossibile da descriverlo a parole. Ci sono componenti come gli odori, il puzzo di merda, quello di fritto, l’incenso inebriante e l’odore del bambù appena tagliato che con difficoltà possono essere spiegati e descritti nella velocità e nella frequenza con cui si palesano al naso in questa terra. Come anche trovo impossibile provare a spiegare la varietà e la fragranza dei colori che contiene questa terra, nelle sue mille variazioni di giallo ocra, nelle sue centinaia di rossi e di blu. È in tutto ciò che questo comporta ai miei occhi ogni volta che ci sono immerso: stupore, spaesamento, meraviglia, confusione, e molte altre circostanze e particolari che se non avessi fatto la premessa che ho fatto (molti altri l’hanno già fatto prima e meglio di me) mi toccherebbe di continuare a descrivere nella loro interezza. Una cosa però è necessario dirla: nonostante sia la sesta volta che torno in India, per vedere gli stessi posti, per sentire gli stessi odori e guardare gli stessi colori, ogni volta mi sembra di non esserci mai stato. Auto citando uno dei tanti diari che ho provato a scrivere in passato riguardo a queste esperienze posso dichiarare una grande verità: “l’India la senti pulsare”. Le strade come arterie, i vicoli come vene, l’intero corpo in crescita continua come una persona, un’adolescente, nel pieno dello sviluppo fisico. Ti succede che quando poi non lo rivedi per un mese tuo cugino, tuo nipote, per me mio fratello, sembra un’altra persona! Poi in realtà ti rendi conto che proprio lui, è lui che sta raffinando il suo essere. Quindi mi viene da pensare una banalità: probabilmente non è l’India che cambia, non sono le persone, le case, le strade, i vicoli, ma è il modo che ho io di guardarli. Chiaramente l’India sta cambiando, altrimenti non sarei qua a cercare di preservare un po’ di quella magia che loro hanno e che da noi è così tanto difficile trovare. La stanno distruggendo? La stanno nascondendo? Oppure andrà ad evolversi come successo ormai da tante altre parti fino a diventare quel commento, quella foto fatta milioni di volte e postata sul social network di turno?

Giugi è scomparsa. Mi guardo intorno ma non la vedo. Sono quasi sicuro che riapparirà quando meno me l’aspetto per farmi prendere un colpo. Birichina.

domenica 14 maggio 2017

Il Garage Indiano_1/2 Pronostici

Perché 1-2? Perché al momento il mio bioritmo è sull’orario italiano. Quindi giorno 1. Ma qua siamo al secondo. E francamente mi sento anche al secondo. La fatica si inizia a far sentire. Arrivato all’aeroporto di Delhi, che regala sempre un sacco di gioie, faccio per andare a cambiare dei soldi. Con valigia e tutto già ritirata e con mille altri pesi. Aggiungendo a ciò la fatica accumulata dalle 17 ore e mezza di sveglia, ecco che quando il ragazzo al punto "change money" mi dice
Guardi, ci vorrà un po’.
Come? Quanto? E perché?
Ci vorrà una mezzora, il sistema è bloccato.
Silenzio. Lo guardo. Lui non mi guarda. Poi mi guarda e accenna ad un sorriso senza senso.
Mi siete proprio mancati.

E mi sono messo a ridere da solo.

Nonostante tutto, data la mia maniacalità nell’essere raggiungibile da casa, provo a vedere se la scheda dell’altra volta funziona ancora e fortunatamente ha anche credito. L’India è fatta di questo. Sfiga inaspettata, seguita da colpo di fortuna ancor più inatteso. Mamma, la mia filosofa del buon umore per eccellenza, mi ha detto:
certo che non funzionava il sistema. Avesse funzionato sarebbe stato perfetto. E quando le cose sono perfette dopo un po’ stancano. Verissimo.

Nel viaggio da Francoforte a Delhi 2 film e mezzo. Qualche decina di minuti a lavoro. Niente sonno. Ciò ha fatto sì che all'atterraggio avessi una stanchezza tripla addosso. E per di più erano le una di notte. Ma la cosa che non riesco davvero a capire dell’aeroporto di Delhi, ma che ne fa anche la sua forza caratteristica, è la moquette. Lungo tutto l’aeroporto si staglia il mare di moquette che emana calore. Dopo una giornata al sole indiano, in un intorno di piste aeroportuali che aumentano la gradazione la moquette è l’elemento del quale l’aeroporto Indira Gandhi non può davvero fare a meno. Io cerco di stare coperto e quando faccio nuovamente il security check, oltre allo spiacevole inconveniente del computer che cade per terra (sia benedetto l’inventore delle SSD che ho fatto appena mettere – sarà che devo trovare una giustificazione ai 250 euro spesi prima di partire dei quali non sentivo, fino ad allora, i benefici), ognuno mi chiede: dove vai?
Jodhpur.
Ah, proprio bella. La città più calda dell’india.

Grazie. E proseguo. Cercando di non sudare con cappotto e maglia addosso. Intrepido cercherò di non togliermeli. Suderò, ma devo ambientarmi.
Nella fatica del sottopalla gocciolante, mi ambienterò.

sabato 13 maggio 2017

Il Garage Indiano_1 La Partenza


L’aeroporto si riempie lentamente. Ascolto la radio, tanto per essere lontano da questo fare internazionale nel quale sarò per il prossimo mese e qualcosa. Mi aspettano, per quello che posso pronosticare, riunioni in giacca e cravatta, l’emozione di condividere un pezzo di pane con un poveraccio, un caldo che non ho mai sentito, 30 gradi di notte e fino a 46 di giorno, camminate infinite e corse in risciò, contemplazione di panorami fantastici e giornate davanti al pc. Ascolto la radio ormai da un’ora, l’aeroporto di Firenze, Peretola, era quasi vuoto quando sono arrivato. Dovrei trovare un paio di regali per Imran e Ram, che troverò a Jodhpur. Ma chiaramente se li comprassi qua costerebbero molto di più. Non so bene cosa intendano per “Tax Free”. O meglio, so bene che vuol dire “senza tasse” o “non tassato”, ma francamente non capisco come facciano le cose a costare veramente molto di più qua in aeroporto. E per questo procrastinerò di un volo. Avevo visto, passando attraverso il duty free un profumo. Paco Rabanne (si scrive così?). Offerta a 19 euro. Stavo per prenderlo. Poi mi sono detto:
-ma stai scherzando?
-in fondo se lo regalo a Ram, che aveva chiesto una cosa del genere non si rende conto che non è italiano.
-ma dai, cioè, 19 euro. Te lo compreresti mai per te?
Ho desistito.
Ieri Niccolò, mio cugino, mi ha mandato un video su Peretola: un video musicale abbastanza insignificante, ma a tratti simpatico. Soprattutto mi sono reso conto che con “etola” fa rima soltanto Bietola. O quasi.
Ecco che la mia mente torna a vagare, per non pensare che tra una mezz’ora avrò l’imbarco, un paio d’ore e arrivo a Francoforte. Vedo già diversi ragazzi indiani. Probabilmente farò tutto il viaggio con loro. Il programmato è Peretola, Francoforte, Delhi, Jodhpur. Per i primi tre non ci sono ormai problemi ad identificarli nel mondo. Ma Jodhpur? Ecco, piccolissimo aeroporto, forse più piccolo di quello di Zanzibar. Me lo ricordo, quello tanzanico. Non so bene se è tanzanico o tanzanese. Ma tanzanese sembra uno degli elementi della tavola periodica. Mi scrive Andrea, il fratello di Irene. Non ce l’abbiamo fatta a vederci negli scorsi giorni. Gentile. Probabilmente ha capito che per me è sempre uno stress partire.
Dicevo l’aeroporto adesso è quasi pieno. Il terminal perlomeno, dove sono io. Il Gate è il numero 6. Americani e australiani accanto a me. O almeno ne hanno tutto l’aspetto. Quelle canottiere bianche, quegli sguardi spenti di chi non ha un problema nella vita, anche se spesso non è così. È diciamo un tratto somatico. Non so se per necessità (ora che guardo meglio non mi pare) si siano messi accanto alla colonnina di ricarica delle batterie. Sicuramente è il punto d’adescamento più funzionale per loro. Quando si presenta un signore con il computer non si spostano, allungano il cappello sulla fronte, sdraiano le gambe e fingono di dormire. Una bella ragazza invece viene accolta a sedere al posto di uno di loro. Adesso è circondata. Ma sembra che la cosa le piaccia. Non mi muovo. Ho un po’ di fame, ma si torna al discorso di prima, 5 euro un panino. Evitiamo. Sembra tutto così poco eccitante a pensarci. Dove volevo andare a parare mettendomi a scrivere queste cose?
Sarà un lungo viaggio. Diciamo che per ora, dopo la sveglia di stamattina alle 6, non avendo comunque dormito niente, maledetta tensione che non mi abbandonerà mai (dovrei renderla una virtù?), mi sento stanco morto. E continuo a rimanere seduto, nonostante io sappia perfettamente che passerò così le prossime più di 24 ore. Sarà il caso di alzarsi? Faccio un giro. Forse vado a spendere quei 19 euro. Ma no, non lo farò. Sostanzialmente ci potrei comprare un Brunello di Montalcino. Ma gli indiani non lo bevono. Non Ram.
Se finissi così sembrerebbe che tutti gli scritti da qui in avanti debbano parlare di Ram. Ma non è così. Lui è solo uno. Ci sono anche tanti altri. Comunque Ram se ci penso bene è strano. Ha un negozione, in centrissimo a Jodhpur. E per lui la vita è ona e issima. Anche se resta sempre lì. Mai visto in una foto fuori da Jodhpur. Probabilmente sta bene così. Ho fame.
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Lufthansa. Una delle cose che mi piacciono di più di questi voli piccoli (siamo settantasette sull’aereo, l’ho sentito prima all’imbarco) è il fatto che il tra la prima e la seconda classe ci sia soltanto un piccolo separee al di sopra delle poltrone di limite.
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Situazione attuale. Secondo volo della giornata. Sono partito da casa alle 7.10 di stamattina. Sono le 16.25 e avrei dovuto iniziare a lavorare. Invece, nel mio viaggio verso un altro continente, quello asiatico, mi sono sparato:
che non eravamo neanche decollati, “Animali Fantastici e dove trovarli” tipo della serie di Harry Potter;
3 bicchieri di vino rosso + uno nel volo da Firenze a Francoforte;
il pranzo. Non indifferente il fatto che sia riuscito, nonostante la prima giornata (e qui mi sottovaluto) di english foravah, a chiedere il chicken e non il piatto veg. Considerazione sui cibi lufthansa: meglio di Emirates e Quatar. Non c’è paragone. Anche la panna cotta. E poi, una volta già portati i pasti di tutti, ecco che un personaggio, che da quando ti si presenta così non puoi far altro che amarlo, passa andando indietro, con un’andatura anche un po’ incerta, come fosse anche lui già un po’ brillo, con due bottiglie di vino in mano, una di rosso e una di bianco. Versa, mesce e riempie.
Accanto a me è seduta una ragazza. Un paio di posti più in là. Mentre mi faccio versare (sono passati loro anche stavolta, e Lufthansa sta salendo nell’alto dei cieli… ah no. Ci siamo già) un bicchiere di Cognac dopo il caffè, la osservo. Dorme. Deve essere di buona famiglia. Mi spiego meglio: è una ragazza indiana, con accento indiano impercettibile (particolare capito durante la mia sfida con il “chicken”), di ritorno da sola da Francoforte. Spero faccia qualcosa di artistico. La guardo. Mi fermo un istante. Direi poco o nulla se accennassi al fatto che i suoi capelli sono neri neri. Lo sono quelli di tutte le indiane. Soltanto gli uomini hanno il vezzo di tingersi in rosso con l’henna. Ok, in realtà negli scorsi viaggi ho visto anche qualche donna, ma di casta bassa. Mi torna in mente un ragionamento straordinario del mio professore: parlava della situazione della donna in india e si era cimentato in un’arguta riflessione sul colore in india:
- Ciò che non posseggono le persone povere al di fuori lo hanno dentro. E cercano di mostrarlo al mondo. La libertà attraverso il colore.
E la mia professoressa indiana, la mia “nonna” indiana, visto che dopo tanti anni era come una parente per me, avrebbe risposto:
- Non c’è bisogno che lo studi il nostro colore. Noi siamo persone colorate. Perché studiarlo. Il colore lo abbiamo. Ci sono da studiare cose ben più importanti.
Insomma, la mia mente vaga tra discorsi immaginari che si dislocano in riferimenti temporali diversi. Sarà il cognac. Mi guardo intorno e, come ogni viaggio che ho fatto da una città europea verso Delhi (sarà che scelgo voli sfigati, oppure che non gliene frega nulla a nessuno di andare a Delhi), l’aereo è vuoto. Ricordo quando con la family siamo andati a New York. Quello sì che era un volo pieno. Neanche un posto libero. 2003 mi pare. Comunque dopo “le torri gemelle” (ormai detto sia l’attentato, che alle volte tutto il 2001). Dicevo che mi sto guardando intorno e succede sempre cose che non vedo mai nei “nostri” voli: persone scalze, persone sdraiate sui sedili, persone che, anche con un bambino che urla nelle orecchie comunque dormono. Ma soprattutto vedo persone, vecchi, adulti, giovani e bambini, che quando mi passano vicino (io un minimo brillo per i 3 bicchieri di vino e il cognac numero due) al mio sorriso rispondono e mi guardano con gioia.
Guarda che non è scontato per niente.
Ancora 4 ore di volo. Ne sono passate già 3. Cioè, un’ora e mezzo ho visto un film, ma nell’altra ora e mezzo? Sarà che mi affascina tutto ciò. Molto. E comunque, nonostante quello che abbia sentito da tanti e da sempre dire in giro, secondo me gli indiani non puzzano. Tutti parlano di questo puzzo, menzionando gli indiani. Ecco, secondo me non è così. Forse per loro noi non abbiamo carattere e uno dei fattori sta nel fatto che non odoriamo. È per quello che mangiano. Anche Irene quando venne in India, o quando sono tornato io un’altra volta, mi disse: non hai più lo stesso odore.
Ok, potrei prenderla come un’offesa. Invece dopo qualche giorno l’odore “mio” torna. Ci credo. Prova a mangiare curry, naan, masala per un mese e vediamo se (non ti caghi addosso e) non ti cambia odore. Poi, tornando alla burratina di Cannavacciuolo nazionale, oppure al salame toscano, posso ben capire che riacquisti quell’odore “dei paesi tuoi”. E sarà il cognac e il vino, sarà l’odore degli indiani ma il prossimo discorso è un trip che pochi (solo il 7% della popolazione come dicono gli stramaledetti test di matematica online) riusciranno a capire:
Ho detto Cannavacciuolo. Per i lettori odierni vorrei spiegare che Cannavacciuolo, ai tempi nei quali scrissi fu uno chef che non avevo ancora conosciuto personalmente, ma che faceva un programma alla televisione sulla 8.
La televisione era una scatola che si accendeva in famiglia per aggiornare le menti sullo stato delle cose nel mondo. Era solito avere la T. in famiglia, persino mio padre, ricordo che la sera prima di partire, quando eravamo soltanto io e lui in casa, mi disse, Accendi che vediamo cosa è successo nel mondo.
La famiglia è un concetto…
E così via dicendo. Per alcuni non sarà chiaro e sarò, come in passato, come in presente, accusato di scrivere di merda, ma chi se ne frega. Ad un certo punto, a 28 anni, come scrivi scrivi. Io ne ho addirittura 29, quindi sono più che legittimato.
Penso a mamma e dico “ciò che ti cambia è ciò che leggi”. Non che lei l’abbia mai detto. Ma probabilmente sarebbe fiera di questo.
Meno male torno tra parecchio tempo. Avrà modo di digerirla.